24 Luglio 2021

LE ACLI PIANGONO GIOVANNI BIANCHI. IL RICORDO DI ROBERTO ROSSINI

28-07-2017 21:32 - NEWS ACLI TOSCANA - territorio
Giovanni Bianchi, costruire il futuro
di Roberto Rossini, Presidente nazionale Acli

C´è quella frase di Simone Weil... Quando dice che lei legge solo se ha fame di leggere e dunque, se
legge quando ha fame di leggere, non si può esattamente dire che stia leggendo: si sta nutrendo.
Ecco, Giovanni si nutriva. Di libri, di letture, di idee, di contaminazioni letterarie, politiche, sociali,
civili e religiose: una passione divorante. Sì, certo, anche di poesia e jazz: in fondo era la stessa
passione, a un ritmo diverso. Ma la era la parola ad assumere un valore tutto suo: la voce, il volto,
quell´arrotare la pronuncia usando le mani e la postura tutta. La parola e il corpo, ruminare e
assaporare. La parola, il corpo: un qualche significato, effettivamente, c´è.

Perché il gusto per la parola è stato anche il gusto per la Parola e la sua incarnazione: e la
grandezza è confrontare le parole per far emergere un significato più profondo, più vero. Tanto
alla fine trovi sempre Dio, che è lì che ti aspetta, che tiene i tuoi tempi. E allora ha senso citare
papi e vescovi assieme a scrittori laici, riprendere Hobbes e Machiavelli per dire degli Atti degli
Apostoli, Schmitt e la Pacem in terris: una grande opera di riconciliazione delle parole, un desiderio
di dire qualcosa di nuovo in un tempo che cambia e che cambiava. Ridare significato alle parole:
anche a quelle di un´associazione che si chiedeva quale ruolo assumere in un´Italia che passava –
con un incedere un po´ faticoso e incerto – dalla Prima alla cosiddetta Seconda Repubblica. Ed è
qui Giovanni ha dato spessore ad almeno tre parole importanti.

La prima parola serve per ridare senso all´esperienza del nostro movimento attraverso la linfa della
società civile e dell´associazionismo. Lui, figlio delle grandi fabbriche di Sesto, ritrova nei legami
civili e associativi il nuovo luogo teologico, morale e politico della classe lavoratrice, di quello che
oggi chiameremmo ceto popolare. Superando l´operaismo dei decenni precedenti, le Acli di
Giovanni colgono la novità di un movimento che nasce dal basso e diventa una forma innovativa di
giustizia sociale. È in questo senso che si colloca, coerentemente, la riscoperta dell´eredità di
Sturzo e del popolarismo sturziano. Le Acli riscoprono un´identità nell´essere una parte del popolo,
e in ispecie quella parte che ha cuore la democrazia: le Acli sono una lobby popolare e
democratica. Sturzo e Moro: chi prima e chi dopo, ma sono due pilastri di un modo di vivere la
fedeltà alla Repubblica.

La seconda parola permette di riconsiderare l´esperienza religiosa. Qui, forse, Giovanni ha giocato
la carta che sentiva più congeniale. Sì, proseguire l´opera di ricollocare le Acli nella Chiesa: ma non
è tutto. C´è tutta questa tensione, questa asperità del rapporto tra Vangelo e politica, questo
confronto tra due radicalità che rispondono a logiche diverse. A volte lo confidava a qualche
dirigente come un assillo, ovvero come combinare l´Ave Maria con le categorie della politica? Per
un cristiano è un ossimoro fare politica? Perché l´ispirazione cristiana non basta: serve ancora il
corpo, per mediare nella quotidianità una contraddizione ancora aperta, per passare
dall´ispirazione alla quotidianità della vita cristiana.

La terza parola aiuta a ricomporre il quadro politico nazionale, che perdeva i suoi tradizionali
riferimenti politici. Popolarismo significa anche dire di una presenza politica delle forze realmente
radicate nel popolo. E allora l´ispirazione dossettiana porta al cattolicesimo democratico come
esperienza di una giustizia che non solo si fa sociale nel concreto, ma che nasce dal duro confronto
etico e politico attraverso il metodo del dialogo, della conversazione col mondo, tanto cara a Paolo
VI. Chissà se la sintesi politica di quegli anni, con quei protagonisti, abbia risposto al suo desiderio
politico. Ma forse sì, perché Giovanni non era un idealista disincarnato: il realismo non gli
difettava. In politica era già importante – usando una sua tipica espressione – non passare dal
vecchio al vuoto. Ed è anche con questa virtù che ha contribuito a scrivere una pagina della politica
nazionale, dalla stagione referendaria a quella del Partito popolare, a quella che ha aperto alle
diverse epifanie del centro-sinistra (con o senza trattino).

Giovanni ha condotto queste idee, queste intuizioni, attraverso un gruppo di dirigenti associativi
che ha saputo mantenere coeso. Questo ha permesso di gestire un´organizzazione complessa (e a
tratti assai complicata) come le Acli superando le crisi che un grande sistema come il nostro
ciclicamente propone. Giovanni, tra i pensieri di Maritain e le distopie di Orwell, ha trovato la forza
e l´intelligenza per trattare anche coi bancari e con gli esperti economici. L´organizzazione sarà
anche una questione di anima, ma le strutture ci sono, eccome se ci sono. E lui, anche in questo, è
stato un maestro di determinazione e di volontà, di lucidità e strategia, perfino di tattica: essere
duttili e realisti, conoscere i punti di forza e di debolezza, mirare l´obiettivo, raggiungerlo. In
questo senso non so se le letture di Von Clausewitz siano servite solo per qualche citazione dotta...
c´è qualcosa di più.

Per tutte queste ragioni possiamo dire che è stato un leader originale, carismatico, deciso,
illuminato, profondamente aclista: un figlio del popolo redento dallo studio e dal lavoro. O forse
un padre: che indica la strada, che lascia si facciano gli errori e che ti fa capire che al fondo del tuo
problema non ci sei tu, ma una "grande questione" su cui il mondo ha sempre dibattuto (ecco la
sua grande capacità di collegare questioni piccole e quotidiane a grandi questioni culturali e
sociali). Questo non ti risolve il problema in sé, ma ti alleggerisce, ti fa sentire partecipe di un
grande dibattito ancora irrisolto, cui anche tu puoi ancora dare il tuo contributo. Un padre per
molti di noi, un padre quasi tutto nostro (se il Parlamento, il Partito e le tante associazioni cui ha
partecipato non si offendono troppo...).

Caro Giovanni, oggi siamo passati da casa tua, una casa orgogliosamente popolare, in un quartiere
normale di una periferia metropolitana: forse basterebbe questo a dire tanto, perché certe storie
le capisci anche da dove partono e verso dove ritornano. E poi siamo andati in chiesa, e ti abbiamo
pensato anche lì, nella luce che ricapitola la tua vita, le asperità, le lotte e le gioie. Ma se dovessi
viaggiare un po´ con la fantasia... ecco, mi piacerebbe pensarti in quel cinemino, a metà degli anni
Settanta, quando come Acli eravamo in affanno, con il domenicano francese Marie-Dominique
Chenu a proporci il movimento operaio come luogo teologico: una boccata d´ossigeno, un
orizzonte, dicevi e ripetevi. Ecco, pensaci tutti lì, tra quelle sedie che immagino di legno chiaro,
scomode e sinceramente popolari. Ti vediamo girare i foglietti per raccontare cose, per citare e
ricordare persone e situazioni. Perché, per dirla con le parole che usavi di Paul Ricoeur, la memoria
non è nostalgia, ma costruzione. La memoria è costruzione di futuro: l´eredità che ci hai lasciato
costruirà ancora il nostro futuro. Ti vogliamo bene, caro Giovanni. Grazie anche a te, cara Silvia.
Perché certi amori, come le Acli, non durano solo per lo spazio e il tempo che ci è fisicamente
donato.
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