04 Marzo 2021

L´INTERVENTO DEL PORTAVOCE NAZIONALE DEL FORUM TERZO SETTORE ENZO BARBIERI SUL CONCETTO DI IMPRESA SOCIALE NEL DIBATTITO SULLA RIFORMA DEL TERZO SETTORE

31-08-2015 21:25 - NEWS ACLI TOSCANA - territorio
Commentando il dibattito sull´impresa sociale ospitato nelle scorse settimane da ilfattoquotidiano.it nel quale i diversi interlocutori hanno condiviso il fatto di vedere nell´impresa sociale un´opportunità, ma hanno presentato visioni divergenti circa le chiavi di lettura del fenomeno, il ruolo, le caratteristiche, le aspettative, il Portavoce nazionale del Forum del Terzo settore Pietro Enzo Barbieri ha contribuito a tale dibattito con un articolo pubblicato da www.ilfattoquotidiano.it il 28 agosto u.s. e di cui sintetizziamo alcuni passaggi particolarmente significativi.

Barbieri osserva, anzitutto, che molti vedono nell´impresa sociale una "interpretazione italiana dell´economia sociale di mercato" intesa come una sorta di "via salvifica per riconciliare impresa e valori".
E noto che pur essendo indubbio che ci sia bisogno di forme di convergenza tra mercato ed etica e di ribaltare l´idea per cui non sono le persone a disposizione dell´economia ma, viceversa, l´economia al servizio del benessere delle persone, viene però trascurato il fatto che in Italia sono decenni che il fenomeno è letteralmente esploso con le cooperative sociali e che forme "altre" di fare impresa, come il mutualismo e la cooperazione, affondano le loro radici in secoli di storia e con circa 1 milione di occupati.

"Né - ha sottolineato Barbieri - i valori della cooperazione, ancor più se sociale, possono essere sub judice da ciò che ci propone la cronaca, sicuramente spia didistorsioni esecrabili da perseguire con rigore assoluto".
Continuando nella sua analisi il Portavoce nazionale del Forum Terzo settore rileva che altre persone vedono nell´impresa sociale un nuovo spazio imprenditoriale che finora non sarebbe nato per limitatezza di risorse e parlano di una "finanza morigerata", ovvero che si accontenta di bassi ritorni. Da qui la domanda di Barbieri su quale sia il livello e quali siano i criteri della morigeratezza e sottesa a tale posizione è la questione della distribuzione degli utili. Qualcuno propone che basti porre dei limiti, affascinato dall´ultima moda del cosiddetto "low profit". La vera questione, però, non è che vi siano alti o bassi profitti, ma quale uso viene fatto dell´eventuale profitto: distribuito agli investitori o reinvestito in nuove attività sociali? In sostanza occorre chiedersi, e rispondersi, se il profitto è il fine o un semplice mezzo, uno strumento per conseguire finalità sociali.

Barbieri osserva che a seconda di come si risponde si profilano due scenari. Nel primo l´impresa sociale è assimilata al pensiero per cui il fine di tutte le imprese è fare profitto, salvo il fatto che quelle "sociali" si accontentano di low profit.
Nel secondo l´impresa sociale è soggetto portatore di una diversa idea e finalità di fare impresa, che anima il pluralismo dei soggetti economici e sfugge al "pensiero unico" dominante incentrato sulla semplice massimizzazione dell´utile.
Barbieri sollecita, poi, l´attenzione verso coloro che desiderano sostenere attività sociali, investendo risorse economiche invece che donando il proprio tempo. Come Forum nazionale del terzo settore riteniamo che, come già previsto da anni per le cooperative a mutualità prevalente, possano esser previste limitate e contenute modalità di distribuzione degli utili, assicurando comunque la prevalente destinazione degli utili a riserva indivisibile.

Il Portavoce del Forum si contrappone alla tesi che sia sufficiente occuparsi di sociale perché un ente possa qualificarsi impresa sociale e osserva che vedremmo così incredibilmente consentito a tante attuali srl e spa il riconoscimento della patente di "imprese sociali", con accesso abenefici e agevolazioni, per il solo fatto di occuparsi di sanità,servizi sociali o formazione, quasi con un colpo di bacchetta magica.
Barbieri, invece,ritiene che occorra, per qualificarsi come "impresa sociale", rispettare anche altri principi: il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche e solidaristiche, realizzando attività di interesse generale e producendo beni e servizi di utilità sociale, rientrando così in pieno dentro il terzo settore. Viceversa si aprirebbero le strade (già vaticinate da alcuni) di un "quarto settore" di cui non si sente alcun bisogno.

Poi Barbieri richiama l´attenzione su un elemento ulteriore che può provocare fraintendimento, quello sulla necessità di introdurre efficienza,managerialità e produttività nello svolgere i servizi.
Sottesa, vi è l´idea che il terzo settore, e a maggior ragione le imprese sociali, sia finalizzato a produrre servizi (in particolare sociali), che debba farne sempre di più e sempre di meglio - specialmente oggi in tempi di crisi e di mancanza di risorse e di risposte da parte degli enti pubblici - imparando dalla cultura aziendale profit.

E a questo punto Barbieri si chiede se è proprio vero che il fine del terzo settore sia di realizzare servizi o non piuttosto di essere lo strumento per creare occasioni di partecipazione, consentire a un numero sempre crescente di cittadini di attivarsi, donando il proprio tempo e/o risorse economiche con l´obiettivo di creare beni relazionali o curare beni comuni. E risponde che "la riduzione a semplice svolgimento di servizi in chiave manageriale e sostitutiva del pubblico non solo snatura il terzo settore, ma rischia di vedere la disponibilità di sempre meno cittadini che si sentiranno piuttosto strumentalizzati. La cultura propria del terzo settore è ben lontana dall´ordinaria cultura aziendalista".
Ecco quindi - conclude Barbieri - il grande fraintendimento: scambiare i mezzi per le finalità e ritiene che partecipazione, beni relazionali e cura dei beni comuni siano le molle del terzo settore.

Per l´articolo di Pietro Vittorio Barbieri si veda www.ilfattoquotidiano.it del 28 /8/2015
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